Pat Garrett e Billy the Kid/Pat Garrett and Billy the Kid
Sam Peckinpah, 1973
Lettura uno
Sparatoria da classico western tra colpi impossibili ed esiti prevedibili, dove il “classico” sta
soltanto nelle ambientazioni desertiche e nei cliché narrativi quali sceriffi, cowboy e tante pistole, Pat Garrett & Billy the Kid è infatti del 1973. È in corso l’assassinio del western tradizionale. Con la Guerra in Vietnam più accesa che mai, i registi più radicali trovano parallelismi tra i massacri nei villaggi vietnamiti e la violenza contro i pellerossa ritratta nei western. Decidono allora che quel cinema sa di stantio e sbagliato e va capovolto e abbandonato. Addio quindi al bianco eroe, al mitico sceriffo e agli immortali uomini di legge. Ecco che Sam Peckinpah ce ne mostra uno morente, aprendo una parentesi di riflessione ed emotività grazie a Knockin’ on Heaven’s Door di Bob Dylan. Musica country e folk, che calza a pennello con gli spazi polverosi del West, i vestiti sudici, l’uomo stanco dalla battaglia (“Mamma, ho messo a terra le mie armi / Non posso più sparare”). Il film lascia il grande pubblico comodo a credere nell’illusione del solito western: tutti gli elementi sono tipici, la rottura avviene di fatto solo nel substrato tematico. A coloro propensi o decisi a interpretare ciò che vedono Dylan comunica la rivoluzione che il film porta con sé. Il nostro sceriffo viene pianto dalla moglie (“Cara, toglimi questo distintivo di dosso / Non ne faccio più niente”), mentre lui sta bussando alla porta del paradiso. È un confronto con Dio, con il giudizio divino. Dove lo porteranno le sue azioni da buon uomo di legge? Lui bussa, ma Dylan non ci parla di alcuna risposta, soltanto di dubbi riguardo a dove andrà quest’uomo, dove andranno tutti quelli come lui che la Nuova Hollywood e gli anni Settanta stanno finendo di uccidere, ciò di comunicare che sono stati uccisi.
Elia Milanaccio (Redazione HarpoLab)
Lettura due
In un a scena con luci crepuscolari simili ad i dipinti di Kaspar David Friedrich ma architetture da presepe napoletano, Pat Garrett ed i suoi collaboratori sono chiamati a scontare il proprio destino. I rumori delle ruote di un carro che proviene dalla prateria rompono la quiete della casa isolata in cui un gruppo di banditi che ha informazioni su Billy the Kid si sono rifugiati. Pat Garret è arrivato a realizzare il proprio compito provvidenziale, vestito di nero, memento mori vivente di ciò che dissemina durante il proprio cammino: il cavaliere nero è giunto con i propri vice per ottenere informazioni utili alla propria caccia.
Allarme, paura, sorpresa, corse, in casa sul tetto, dietro ad una pietra, verso le armi. Spari, proiettili da ricaricare, urla, trambusto generale. Corpi cadono a terra tinti da un sangue fin troppo rossopomodoro.
La giustizia ha un costo non solo umano, ma anche emotivo. Non tutto è semplicemente come sembra. La faccia di Pat Garrett è quella di un uomo risoluto, che ha accettato il compito quasi provvidenziale assegnatogli: trovare e catturare, ma il film continua a suggerire uccidere l’ex sodale Billy the Kid. Tutto sembra filare normalmente per un western anni Settanta, fino a quando i rumori della morte e della concitazione non sfumano nella paradisiaca e “nirvanesca” melodia e testo di Knockin' On Heaven's Door.
Così alla fierezza e risolutezza di Pat si sostituisce il peso emotivo del distintivo. L’impegno per la causa è finito. Il vice ferito mortalmente preferisce ammirare per un’ultima volta la luce crepuscolare che spera evidentemente lo accompagni in un paradiso che gli auguriamo sia almeno tanto piacevole come il sorriso dell’amata moglie, che accompagna i suoi ultimi istanti terreni.
Pat Garrett è solo apparentemente irremovibile nel voler perseguire il proprio compito terreno. Dentro di sé porta un enorme peso, che la leggera poetica di Dylan ci permette quasi ossimoricamente di apprezzare: vorrebbe non avere le responsabilità di sceriffo, essere ancora giovane e spensierato come in giovinezza: “Mama put my guns in the ground / I can't shoot them anymore …”. Il viso è bronzeo, l’animo in tormento.
Elia Gerola (Redazione HarpoLab)