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Dal cappello al facocero: vibes da Sparta

La calda notte dell'ispettore Tibbs/In the Heat of the Night
Norman Jewison, 1967

 

Siccome mi piace far vedere che sono stata attenta a lezione vi dico che al corso di Scrivere di cinema e di serialità che ho fatto ad HarpoLab con l’Alberto Brodesco e una cricca di bella gente ho imparato che per scrivere una rece completa bisogna che ci sia:

1) Un cappello

Io di cappello scelgo quello della divisa di Bill Gillespie, Police Chief di Sparta -Mississippi, non confondiamoci-, magistralmente interpretato da Rod Steiger: indossato sempre di sghimbescio, a fare cafonamente il paio con degli incredibili occhiali a goccia con le lenti gialle, e da perfetto contraltare alla compostezza regale del detective Virgil Tibbs (Sidney Poitier). Il film è tutto lì, tra questi due uomini che non si vorrebbero vedere e invece si trovano costretti a guardarsi.

Poi viene la

2) Sinossi/Trama

Potrebbe farlo l’intelligenza artificiale? Potrebbe.

Sì ma impiegherebbe un centesimo del mio tempo? Ovvio.

Sì ma potrebbe farlo meglio di me? Sì.

Lo facciamo fare all’AI, quindi? Colcazzo.

(La copio da Wikipedia) (Scherzo) (?)

La storia succede in una manciata di caldissimi giorni nella succitata cittadina di uno degli Stati del Sud dell’America degli anni sessanta. La polizia locale indaga sull’omicidio di Phillip Colbert, un imprenditore in procinto di aprire una fabbrica a Sparta, con la terribile potenziale conseguenza di renderla attrattiva per decine di persone di colore che potrebbero trasferirsi: inaudito.

Gli abitanti sono razzisti. Tutti. Quasi non per scelta: razzisti di default.

[Faremo qui quella che per una curiosa sovrapposizione semantica chiameremo: nota di colore: nel film, gli abitanti di Sparta usano la N-word un numero di volte che nel 2026 fa fisicamente prudere le unghie: insopportabile.]

Il bianco tran tran degli abitanti è scompigliato dall’arrivo dell’essere umano meno scompigliato di sempre: Virgil Tibbs, detective di Philadelphia, tra le altre cose: nero.

Appena mette piede a Sparta, la polizia locale lo arresta. Anche dopo aver visto il distintivo, continua a trattarlo come un pericolo pubblico. La città lo rigetta, ma mister Tibbs, con la sua compostezza, la sua mano che po esse piuma, po esse fero sposta equilibri, scardina meccanismi. Sfodera senza tema la sua innegabile competenza e suoi silenzi solidi, che lasciano l’interlocutore solo in compagnia delle idiozie appena pronunciate. Non mette fine al razzismo in città, questo no, ma rende inglorioso optional di alcuni quello che era di default per tutti. 

Per il 3) Analisi/Interpretazione ho le seguenti idee che vi dico in fila.

In the Heat of the Night è:

- Un’accalorata dissertazione sul razzismo endemico nella società americana, sulla ferita aperta che tarda a rimarginarsi, sulla necessità epidermica dei neri di dover dimostrare di valere il doppio, per essere presi sul serio.

- Una riflessione sulla violenza come risposta ad un sistema oppressivo e discriminatorio. La violenza non è mai una risposta, diremmo tutti come mandatorio lasciapassare nel discorso pubblico d’oggi, salvo saltare in piedi sulla poltrona del cinema quando, in scena, a schiaffo dell’oppressore risponde, uguale e contrario, lo schiaffo dell’oppresso. Propongo corollario: La violenza non è mai una risposta, tranne quando lo è.

- Un appello sperticato affinché qualcuno carichi su YouTube un video di 10 ore di Bill Gillespie che mastica insistentemente un chewing gum, fermandosi solo quando c’è bisogno di pensare. Un moto ripetitivo di fastidio per le cose, che si farebbe molto prima se fossero più semplici, se i sospettati fossero colpevoli senza tanto bisogno di analisi e ragionamenti o se i neri facessero i neri e non si vestissero da bianchi, stessero al loro posto e non fossero così dannatamente intelligenti.

In the Heat of the Night necessariamente porta con sé:

- Una lunga e ridanciana lamentela sulle drammatiche traduzioni dei titoli dei film in italiano. Non lo farò soltanto perché se avete un accesso a internet e il mio stesso algoritmo sapete che è uno degli argomenti preferiti da comici e stand-up comedian e non c’è bisogno che anche io vada a allargare le fila di quelli che “O tempora, o mores, o EternalSunshineoftheSpotlessMind tradotto SeMiLasciTiCancello!”.

[Lasciatemi dire però che La calda notte dell’ispettore Tibbs emana al 100% vibes da Quel gran pezzo dell’Ubalda.]

- Settanta minuti di applausi a Quincy Jones per La Musica.

- Un minutino di applauso per me che ho riconosciuto nel film l’origine colta della mia citazione cinematografica preferita pronunziata dal facocero Pumbaa: “Dovete chiamarmi Signor Maiale” (questa sì lost in translation ‘che con Tibbs e Pig l’assonanza funziona decisamente meglio).

- La commozione vera per Gillespie che apre la porta della sua casa, che si apre di solito soltanto per lui, e fa entrare Tibbs, a condividere un bicchiere di solitudine. Magistrale.

La parte 4) è quella del Giudizio in cui si dice quello che si pensa.

Io penso che questo sia un film divertente, solido, e esaspera gli opposti finché non finiscono un poco per assomigliarsi.

La sceneggiatura tira fuori tutte le ombre della cittadina perbene: ex schiavisti diventati neoschiavisti, aborti clandestini, squadracce armate. La fotografia fa il resto. E Poitier e Steiger tengono tutto in equilibrio. Finché i contrasti non si affievoliscono, nel film come nella vita, a tarda notte, davanti a un pasto condiviso, a scoprirsi simili. Senza cappelli di sghimbescio, senza nodi alla cravatta. Non è una rivoluzione. Ma a volte basta.

Si finisce - colpo di scena - con il Congedo (5).

Prendetevi cura di voi.

🍷🍷🍷½/5

 

Cordialmente,

FranciB, @grazie.per.la.domanda (Redazione HarpoLab)

 

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