Se la sala di proiezione di HarpoLab è intitolata a Werner Herzog è perché l’autore tedesco incarna l’anima del nostro progetto (o ciò che il nostro progetto aspira ad essere) meglio di chiunque altro: grande sia nel cinema di finzione sia nel documentario, testardamente indipendente, capace di creare una strada assolutamente unica e personale sia nella creazione sia nella produzione cinematografica, radicalmente anticonformista, refrattario a ogni semplificazione e retorica, intransigente nella propria ricerca, sorprendente e provocatorio anche quando insegna, a modo suo, cinema.
Riprendiamo, con due nuovi capitoli, la retrospettiva a lui dedicata, concentrandoci a gennaio sul documentario e tornando alla finzione, seppure ibrida, a febbraio, sapendo che le due anime della sua produzione sono sempre state strettamente legate, a volte si sono sovrapposte, e in ogni caso hanno mantenuto quell’idea di cinema che in Herzog diventa modo di vivere, di guardare, di sentire la propria opera, di qualsiasi genere essa sia.
L’Herzog documentarista mantiene la vocazione all’avventura e alla scoperta, perché Herzog prima che regista è un viaggiatore che rifiuta i limiti imposti dal rischio, dalla paura, dalla legge, dalle regole della produzione cinematografica. Il suo è uno sguardo sempre puro e individuale (e dunque autoriale), che rifiuta ogni pregiudizio e ogni conformismo, che scava fino all’osso ciò che ha davanti, con lo sguardo e con la parola. Se dal punto visivo spesso sono l’istinto e l’occasione a determinare le sue scelte, dal punto di vista della scrittura il segno che più caratterizza il suo cinema documentario è la sua voce, il suo racconto, a volte fuori campo e a volte addirittura dentro l’inquadratura. In questo modo Herzog accompagna sempre lo spettatore nei viaggi che lui ha compiuto, non solo mostrandogli ciò che ha visto, ma raccontandoglielo.