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Into the Abyss: Perché sì e perché no

Into the Abyss: A Tale of Death, a Tale of Life
Werner Herzog, 2011

 

Perché sì

Allora io che sono una ragazza semplice e in perenne rifiuto di informarmi PRIMA sui film che vedo quando al corso di scrivere di cinema (sì sto facendo un corso ma non vi fate strane aspettative sempre senza virgole e coi refusi scrivo) mi hanno detto: oh vediamo Into the Abyss di Herzog io che di Herzog ho visto solo il documentario sui vulcanologi sgabinati ho pensato: oh, dai, un bel documentario sulle bestie che stanno sul fondo del mare, figo.

E INVECE

arrivo in ritardo alla proiezione e non c’è nessuna acqua sullo schermo se non quella santa di questo signor prete americano che lavora nel braccio della morte prendendo atto del piccolo problema di coerenza della faccenda.

NO MA GRAZIE AMICI DEL CORSO DI SCRIVERE DI CINEMA GRAZIE CHE NON MI DITE NIENTE E MI TENDETE CODESTE TRAPPOLONE.

E insomma Herzog che sempre vorrei che facesse il narratore alla mia esistenza si fa aprire vorrei sapere come le porte delle carceri americane per parlare con della gente che da lì non ci uscirà mai. Due condanne per un triplice stupidissimo omicidio: una a vivere in prigione, l’altra a morirci. Quanto è bravo Herzog a fare le domande alla gente? Come diavolo fa? Non lo vorreste un tatuaggio con scritto cosa significa il tempo per qualcuno che non ha più futuro?

Ognimodo il Werner lo sa benissimo che la pena di morte è ‘na cazzata, ma non è che vuole farci la lezione e dirci: bravi, bella, va’ che superiorità morale.

Ci mette seduti e ci sbatte in faccia la vita che fa schifo ed è ostinata e bellissima insieme.

C’è anche uno che ha imparato a leggere quando è andato in prigione (va’ te) e che sputa ogni tre minuti precisi che sospetto che lo usino come campanile a Conroe per sapere che ore sono.

C’è pure una tizia maga del wireless che si è innamorata per posta ed è rimasta incinta di uno che non può toccare ‘ché sta in prigione.

Questo docu (tipo la vita) è pieno di roba terribile che non è facilissimo guardarla (‘ché quando la telecamera si muove ti fa vedere quanto è sporca zozza umida la realtà e quando sta ferma ti cava l’aria a pensare a quarant’anni passati in prigione) ed è pure bellissimo, perché niente ha senso, ma alla fine, qua siamo.

🍷🍷🍷🍷/5

 

FranciB, @grazie.per.la.domanda (Redazione HarpoLab)

 

 

Perché no

Into the Abyss (2011) arriva quando Werner Herzog è ormai un’istituzione da venerare. E forse è proprio questo a rendere il film così problematico. Parte di un progetto più ampio sulla pena di morte (la serie tv On Death Row, 2012), il documentario si atteggia a oggettivo e pedagogico: una sfilata di testimonianze, nessuna presa di posizione esplicita, giudizio demandato allo spettatore. Ma attenzione, questa rinuncia non è neutrale: è una scelta etica precisa. Ed è qui che il film comincia a vacillare…

Herzog non racconta storie, fa un’esperienza di ricerca: come una Giovane Marmotta che si muove non tra i boschi e i sentieri, ma tra la vita e la morte, dentro le persone, lungo i confini instabili dell’umanità. Il problema è che questa esplorazione non produce alcuna conoscenza, ma stasi. Non chiarisce, non scava davvero, non si prende responsabilità. Si limita a sostare nell’ambiguità come se fosse una posa filosofica.

Il film segue la vicenda di Michael Perry, condannato a morte per l’uccisione di tre persone durante un furto d’auto andato male, e del suo complice Jason Burkett, condannato all’ergastolo. Intorno a loro, il regista costruisce una galleria di volti: le famiglie delle vittime, le guardie, il cappellano, la comunità locale. La violenza travolge tutti i soggetti coinvolti. Ma mai una volta Herzog sceglie di mettere in discussione il sistema che produce, gestisce e infine spettacolarizza quella violenza.

Dal punto di vista formale, il documentario è una coperta a quadri della nonna che si spaccia per mosaico della complessità: riprese in soggettiva con camera a mano traballante (si vede che non gli lasciavano portare tutta l’attrezzatura, nel braccio della morte), interviste illuminate con la grazia di una brochure (di un grafico da quattro soldi, perché quel parco giochi è un green screen palese), filmati della polizia sgranati quanto veri. In quel rattoppo le inquadrature fanno il loro dovere: il cappellano in apertura, la donna ripresa dal basso come se stessimo bevendo un caffè insieme, le foto dei parenti incorniciate sui pensili, gli occhi smarriti di Perry al di là del vetro. Stimolare un’empatia momentanea, una composta lacrimuccia, e poi Via! Prossimo capitolo! Evitando con eleganza la domanda semplice e terribile: una perizia psichiatrica no?

Il nodo centrale, però, non è estetico. È etico. Into the Abyss è un film sulla pena di morte che non osa interrogarsi davvero sulla pena. Herzog lascia intendere di essere contrario all’esecuzione capitale, ma non mette mai in discussione l’alternativa che propone implicitamente: il carcere a vita. L’ergastolo è un modo per non uccidere? È davvero vita, quella? Se la pena di morte non è un deterrente, perché dovrebbe esserlo la prigione?

Qui il film si ferma. Non affonda. Non rischia. Herzog stesso indica più volte le cause dei crimini violenti in un contesto ambientale carente di educazione, affetto, sostegno psicologico. Eppure ogni tentativo di rieducazione viene lasciato cadere. Come se l’infanzia fosse una sentenza: non sai andare in canoa a tredici anni, allora bom, non c’è più niente da fare con te.

Esiste un limite oltre il quale “guardare il dolore degli altri”* smette di essere testimonianza e diventa pura estetica, voyeurismo. Into the Abyss quel limite lo attraversa più volte. Il dolore viene raccolto, montato, incorniciato, ma mai restituito come questione politica. Jean-Luc Godard diceva che anche i carrelli sono una questione morale: qui lo sono eccome. Ogni scelta di regia contribuisce a sospendere il giudizio, a neutralizzare il conflitto, a trasformare la violenza in paesaggio.

Alla fine, io me ne torno a casa con niente – se non un po’ di magone.

Herzog ti porta lì, nell’abisso. Ti mostra tutto. Si appropria del dolore altrui per farne cinema. E poi ti lascia solo, sospeso con le tue domande – o con le tue risposte.

Sconsigliato a chi, come me e Dante, caccia gli ignavi nell’Antinferno (manco all’Inferno).
Consigliato a chi deve spararsi la filmografia di Herzog per darsi un tono.

★★☆☆☆

* Susan Sontag, Davanti al dolore degli altri, nottetempo, 2023.

 

anna z. (Redazione HarpoLab)



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