Se la prima parte della carriera di Lars von Trier è contraddistinta da una vera e propria irruzione sperimentale sulla scena cinematografica internazionale, in cui il regista danese si afferma come uno dei principali innovatori di forma e linguaggio prima con la barocca inventiva di film come Forbrydelsens element ed Europa e poi con la rivoluzione del Dogma ’95, nella seconda fase della sua produzione il suo diventa un nome di peso anche al di fuori del circuito dei festival. Da una parte la sua ricerca formale si fa meno radicale, pur mantenendo intatta la maniacale definizione di uno stile originale e personale, dall’altra la sua vocazione a stupire e a scioccare si mantiene in tutta la propria forza provocatoria. La costante è la capacità di sorprendere gli spettatori facendosi trovare sempre in uno spazio inatteso (si veda l’improvvisa svolta comica che precede la cosiddetta Trilogia della depressione) e il perdurare di uno stretto legame con la grande tradizione del cinema nordeuropeo, laddove, per innovative ed estreme che siano le sue scelte, in trasparenza resta la profonda influenza di autori come Dreyer e Bergman.