Le città di pianura
Francesco Sossai, 2025
Arthur Schopenhauer diceva: “Nessun uomo è stato mai felice nel presente, a meno che non fosse ubriaco”: tendiamo a sognare il futuro e a rimuginare sul passato, non viviamo mai pienamente il presente. In Le città di pianura ci immergiamo completamente nel qui e ora, consapevoli di quando il pensiero scivola al futuro o al passato.
Conosciamo i nostri due eroi mentre sono in macchina addormentati, sbronzi. La luce rossa di un semaforo illumina la facciata di una chiesa mentre le altre abitazioni rimangono nella penombra a creare un gioco di colori. I loro volti, da vicino, pieni di rughe e nei, i capelli non di certo freschi di messa in piega li rendono il perfetto contrario del tipico protagonista mainstream. Il loro obiettivo è andare a recuperare un vecchio amico all’aeroporto di Treviso… o forse di Venezia.
Ed ecco la loro messa in gioco, l’evento che li tirerà fuori dalla quotidianità e che darà inizio alla storia: andare a bere “l’ultima”. Il viaggio parte con la scusa di un'ultima birra che non arriverà mai perché ci sarà sempre qualcosa dopo: un grappino, un daiquiri.
Nel loro peregrinare, a una festa, i due uomini incontrano Giulio, studente d’architettura un po' timido e trattenuto. Lo convincono ad andare con loro, eleggendosi a guide spirituali per aiutarlo ad uscire dalla sua insicurezza di giovane ragazzo. I tre vagano per vari luoghi della pianura veneta, il tempo e lo spazio si dilatano fino a farci perdere l'orientamento.
Il regista riesce a descrivere lo stato confusionale di quando si passa una notte in bianco, le emozioni amplificate. La colonna sonora è quasi ipnotica e rende bene lo smarrimento dei protagonisti. I nostri vagano in un’atmosfera surreale. I bar di paese, le perline alle pareti e tutto ciò che noi ormai diamo per scontato nei luoghi della pianura, fanno da sfondo a semplici ma significativi incontri. Ed ecco la prova finale: ritrovare l’amico che era scappato via vent’anni prima e che ora è tornato perché lì c’è “tutto, TUTTO”. Scopriremo però che il suo ritorno è dovuto a qualcosa di ben più prosaico e il finale sarà dolce-amaro.
È proprio in questa semplice avventura, in questa notte passata a bere, che i tre ci fanno riflettere su come la vita cambi con gli anni senza che nessuno possa farci nulla, proprio come cambia il paesaggio della pianura per fare spazio alla modernità di un’autostrada. Si può percepire la nostalgia che brilla come un cocktail di gamberi in una soap anni Novanta.
Le città di pianura, divertente e malinconico, ci fa vedere dei dettagli del nostro vissuto che non abbiamo mai notato. Come due calici di vino che sporcando la tovaglia di carta bordeaux del ristorante vanno a formare due cerchi che si uniscono. Quante volte abbiamo visto quel tipo di tovaglie? E gli stessi cerchi li troveremo anche alla fine, quando i nostri eroi andranno a visitare il memoriale Brion, che nessuno di loro aveva mai notato malgrado ci fossero passati davanti centinaia di volte. Perché la vita nel presente è un po’ così: non vediamo le cose finché non ci facciamo caso e Le città di pianura ci dona uno sguardo totalmente diverso sugli incontri insignificanti ma importanti che facciamo tutti i giorni. Forse non torneremo più a guardare questi posti nello stesso modo.
Mila Costi (Redazione HarpoLab)
9 aprile 2026