Dogville
Lars Von Trier, 2003
Homo homini lupus: non siamo più su un’isola deserta, come accadeva ne Il signore delle mosche, ma in una cittadina di montagna americana. Anzi, non serve nemmeno una vera cittadina, bastano un palcoscenico e dei gessetti. Perché ciò che separa gli uomini dalla crudeltà della loro vera natura può essere davvero così sottile. La cittadina di Dogville potrebbe rappresentare l’umanità in miniatura, riassunta in 15 personaggi: c’è la famiglia numerosa, con i genitori che litigano in continuazione, e quella che punta tutto sugli studi del figlio maschio, non molto portato, ignorando la figlia più brillante. C’è il signore anziano, troppo orgoglioso per ammettere di essere cieco, e quello solo, che ogni settimana va a trovare Laura, nel bordello più vicino. E poi c’è il principe azzurro, e la straniera da salvare.
Laura B.
Il film inizia con un narratore che presenta i quindici personaggi. Ognuno di loro ha un ruolo diverso all’interno della ristretta società. L’inizio del primo di nove capitoli è segnato dall’arrivo di Grace, comparsa all’improvviso in seguito a un rumore di spari. La donna chiede asilo. L’aspirante scrittore e autoproclamato filosofo Tom convince gli altri a farla restare in città.
Quello che accomuna gli abitanti di Dogville è il loro modo di ragionare tribale, la loro mentalità che li porta a decidere, dal primo momento in cui vedono Grace, che lei non avrebbe mai fatto parte della loro comunità. Ogni suo errore ai loro occhi non è una sorpresa, ma una conferma.
Samuele S.
Dopo che la polizia arriva a Dogville mostrando la foto di Grace da “ricercata”, avviene un netto ribaltamento della trama: nel corso della storia la protagonista sarà vittima di violenze sessuali, ricatti e tradimenti di fiducia da parte degli abitanti. Ho percepito questo cambiamento come una sorta di rappresentazione della realtà e della vita di tutti i giorni: le cose possano cambiare improvvisamente in qualsiasi momento, sia in positivo, che in negativo. Come nel film, come i personaggi del film, le persone possano cambiare e, di conseguenza, anche i rapporti umani si evolvono.
Damiano P.
Grace funge da capro espiatorio e figura cristologica: su di lei vengono scaricate tutte le colpe, le insoddisfazioni, i crimini della comunità. Si assiste però al contrario del giorno della redenzione, dove si abbraccia Cristo come unico salvatore: la protagonista stessa decreterà la fine della comunità, dando il suo assenso a una carneficina. I gangster non vengono più visti come un passato corrotto e vile da eliminare, ma come soluzione e rimedio alle colpe dei peccatori: nel luogo in cui Dio non è mai arrivato, nessuno si è rivelato innocente.
Daniele I.
Lars Von Trier riesce a raccontarci storie di profonda solitudine umana. Joe, la protagonista di Nymphomaniac, cerca di sentirsi meno sola attraverso la sessualità. Grace invece, cerca un contatto emotivo fatto di ascolto e empatia, ma questo viene scambiato come consenso e civetteria. Anche Tom, il ragazzo di cui dice di essere innamorata (ma forse perché è l’unico che non le mette le mani addosso) alla fine si rivela essere la figura più meschina di tutte: sa delle violenze ma non interviene e sceglierà di tradirla pur di non difenderla e mettersi contro i suoi concittadini.
Solo nel dialogo finale con il padre di Grace, per la prima volta chiusi in una macchina con le tendine abbassate dopo più di due ore di film senza pareti, capiamo davvero chi è Grace e cosa pensa. Grace rinasce, il suo volto per la prima volta si fa duro mentre riflette sul concetto di bene, male e perdono.
Mila C.
Una delle caratteristiche più sorprendenti del film è la sua estetica: l’intera città è rappresentata come un teatro a cielo aperto, con case tracciate a gesso sul pavimento, muri invisibili e pochi oggetti scenici. Von Trier elimina quasi completamente la scenografia cinematografica tradizionale, ponendo lo spettatore di fronte alla pura essenza della storia e dei personaggi. Questo approccio minimalista mette in luce la brutalità dei comportamenti umani senza distrazioni visive.
Alberto F.
La poeticità del narratore onnisciente rende ancora più palese la drammaticità di ciò che accade, stridendo con la durezza di alcune scene. Ad emergere, infatti, è costantemente la legge del più forte, soprattutto quella degli uomini nei confronti di una donna, a più riprese vittima e capro espiatorio di violenze fisiche e psicologiche, perpetrate persino da chi diceva di amarla. Tom, infatti, incarna il suo essere perdigiorno non solo nella professione, ma anche nel rapporto con la giovane: è l’unico che non se ne approfitta, ma con i suoi comportamenti risulta il peggiore di tutti, da ignavo prima e da traditore poi, consegnandola nelle mani dei suoi inseguitori. Le vessazioni e le fragilità di Grace, però, non tardano a trasformarsi – o forse soltanto a rivelarsi come da vera natura – in un’amara e puntuale vendetta, al termine di una pellicola in cui anche quando le cose vanno bene sono perenni gli scricchiolii – talvolta lontani, talvolta vicini – a preannunciare che qualcosa andrà male.
Ilaria B.
Attraverso un ritmo molto dilatato e inquadrature frontali con movimenti lenti, il film parla attraverso un tono documentaristico e straniante. Come se stessimo assistendo a un esperimento sociale in cui le cavie vengono spinte a compiere atti che normalmente non si potrebbero nemmeno pensare. Il tema centrale, che appare alla fine del film, è l’origine del male e il suo legame con il potere. Quella che doveva essere una predica da parte di Tom sull’accoglienza e sulla morale si trasforma, invece, in un esempio di come un individuo nel bisogno sia alla mercé del proprio ospitante. Non esiste più spazio per la redenzione.
Luca B.
Redazione Harpolab