Sirat
Oliver Laxe, 2025
Per scoprirlo possiamo addentrarci nella sua filmografia, osannata dalla giuria di Cannes, oppure fermarci al suo ultimo lavoro, Sirāt, nominato agli Oscar come Miglior Film Internazionale. La seconda opzione fornisce elementi sufficienti per rispondere scientificamente alla domanda. Nelle interviste sul lungometraggio del 2025 Laxe sgranocchia noccioline e, in un inglese incerto, tra slanci mistici e cosmologie, ci parla del maschile e del femminile come energie, della musica tekno (non house: l’house gli fa schifo), della rimozione della morte dall’orizzonte del contemporaneo e della necessità di tornare in noi stessi accettando la nostra finitudine.
L’intenzione, dice, è di compiere con lo spettatore una meditazione, una pratica di morte. E in questo - lo anticipo - secondo me riesce molto bene, e spiegherò come.
La magia finisce quando si mette a flexare il suo non scendere mai a compromessi: riprese in pieno deserto del Sahara, dove l’Uomo è “spogliato” e può contare solo sulle sue risorse interiori. Sì, se tralasciamo il finanziamento della Spagna e sull’appoggio politico del Marocco.
Che quello che vediamo sullo schermo sia il Sahara, in realtà non viene mai esplicitato; lo intelligiamo solo grazie al piccolo lascito della Maestra di geografia che, per un istante, ha trasceso la dimensione eurocentrica per regalarci un assaggio del continente africano: il film è ambientato in Marocco, i protagonisti viaggiano verso Sud, direzione Mauritania - grado più, grado meno, siamo lì.
Ma il Sahara Occidentale non è uno spazio neutro. Dal secondo dopoguerra è territorio conteso: dopo il ritiro spagnolo, il Marocco ne ha occupato gran parte opponendosi al Fronte Polisario e all’autodeterminazione del popolo saharawi. Oggi Rabat controlla la maggioranza dell’area, separata da un lunghissimo muro di sabbia e pietra - il muro marocchino, che nel film intravediamo. Migliaia di saharawi vivono ancora nei campi profughi e il referendum promesso non si è mai tenuto. Il deserto, dunque, è anche una frattura politica aperta.
Eppure nel Sahara che Laxe - con spilletta pro-Pal all’occhiello - filma, la Storia resta sullo sfondo. Alla luce dei finanziamenti spagnoli e del benestare marocchino alle riprese, questa omissione suona, almeno un poco, come un Compromesso.
Comunque, dicevo, qualche cosa ben riuscita c’è.
Il protagonista di Sirāt è ‘sto povero uomo che parte dalla Spagna con un fiorino, il figlio delle medie e il cane, e va a un free party nel deserto, a cercare la figlia raver di cui non ha notizie da cinque mesi.
Non è un eroe. Non è il migliore tra gli uomini, ma non è neanche un mostro.
È uno normale. Uno che sbaglia, uno testardo, uno de panza, che agisce sulla spinta delle passioni.
Quello che Aristotele, nella Poetica, indicherebbe come il personaggio perfetto per stimolare il massimo effetto tragico: l’intermedio. Non impeccabile, non vizioso, ma simile a noi. Proprio per questo suscita pietà - perché soffre senza meritarlo del tutto - e paura - perché potrebbe toccare a noi. Da questa eccitazione nasce la katharsis: una scossa che prima stringe e poi libera. Lo spettatore, attraverso il racconto unitario e verosimile, attraversa paura e pietà e ne esce rasserenato, ricondotto a un equilibrio.
Il movimento emozionale del film è un turbine angoscioso: si parte con una camminata quasi placida, a braccetto con diffidenza e speranza per ritrovarsi a precipizio sul burrone, la devastazione, il vuoto. Una carezza e subito dopo la deflagrazione. La perdita. Il silenzio.
Il padre, in mezzo a tutto questo, qualcosa impara. Impara a condividere, a fidarsi, perfino a parlare delle sue emozioni. Non impara a essere razionale, strategico, ponderato. Ma lui è così. Uno che parte dalla Spagna e si infila nel deserto con la sola speranza di rivedere la figliuola. Uno in ansia nera. Non se la mette via con distacco etico da intellettuale tutto ragione e niente pulsioni. C’ha sghega vera che sia morta da qualche parte. E pur di darsi pace si porta dietro pure il bocia e il cane. Non sa che altro fare. Non ha strumenti, non ha contatti, non ha “reti”. Probabilmente le autorità gli han risposto con un’alzata di spalle.
E allora resta solo il viaggio, l’ostinazione.
La colonna sonora che accompagna quel viaggio è la pulsazione che non si ascolta: si balla. È corpo, è sterno che vibra. È un altro modo di percepire la realtà.
La fotografia si fa quasi ascetica. La luce gialla che morde la sabbia, il vento che vortica sopra e sotto, le rocce che franano e sostengono.
Poi arriva il Fattaccio Brutto. Un’esplosione.
Io sono esplosa. Ringrazio di non essere stata in una sala affollata, ‘ché mi avrebbero fatto un TSO. Attraversata e svuotata da pietà e terrore Spogliata, senza sapere più chi e dove fossi. Con l’urgenza di arrivare in qualche luogo, che quel treno mi portasse via da lì, fuori da me.
Insomma. Oliver Laxe, alla fine, è un hippie balordo, nella declinazione linneiana specifica di bianco fricchettone, ma sa il fatto suo di linguaggio cinematografico.
Gli do tre stelle: non mi ha cambiato la vita, ma mi ha cambiata per due ore. E a volte basta.
★★★☆☆
anna z. (Redazione HarpoLab)
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* Antica citazione dai muri di Piazza Garzetti - dove ha sede Harpo Lab - Trento.