Se alle origini del cinema l’immagine in bianco e nero era imposta da un’impossibilità tecnica e, in seguito, nei primi decenni dall’avvento della pellicola a colori, da questioni legate ai costi di produzione, più o meno fra gli anni ’60 e ’70 si passa a un ambito prettamente estetico, in cui l’assenza di colori diventa una scelta deliberata da parte degli autori. Pur permanendo una questione anche economica, ragione per cui certo cinema indipendente ha continuato a prediligere il bianco e nero, nel corso degli ultimi quarant’anni si è assistito alla scelta consapevole di rinuncia al colore, le cui ragioni si possono trovare nel contesto del film (ad esempio in caso di ambientazioni storiche che richiedano un’aderenza dell’immagine a quanto viene raccontato), in particolari esigenze espressive o anche solo in una sorta di vezzo artistico.
“Oltre il colore” si avventura nella riproposizione di grandi film in cui il bianco e nero è parte di un discorso autoriale che non ha nulla di nostalgico o di forzatamente retrò, ma è una scelta che ne rafforza il senso.